ARTE CONTEMPORANEA

VIDEO ARTE

I testi critici dei video sono di Donata Negrini

MA CHE STORIA E’?
Di Barbara Rincicotti e Lorella Salvagni

L’andatura morbida, leggermente vacillante, i contorni sfumati della sagoma femminile che si presenta alla porta in controluce, e un fischiettio insieme spensierato e circospetto, ci introducono nell’arena disincantata e lucida dell’ironia femminile, capace con poche e semplici mosse di piegare le ginocchia all’avversario, senza spargimenti di sangue.
Fin dal suo apparire questa donna aggraziata - bambina e antica allo stesso tempo - è accompagnata dalla schiettezza e dalla levità dello zufolare, sintomo evidente di una curiosità in pari misura sapiente e senza pregiudizi, comunque molto distante dall’ingenuità che non sa bene cosa si troverà davanti. I suoi passi fluttuano sul pavimento di cotto rosso come punti interrogativi che attendono risposte precise, e giungono a noi dopo avere percorso una lunga strada di esperienze, di riflessioni e di incontri.
Quando la musica muta registro per divenire solenne e quasi marziale, anche le immagini descrivono un repentino cambio di scena: il corpo di Napoleone - e in particolare il suo volto accigliato - si staglia in primo piano, e sulla sua rigidità imperscrutabile si avvolge il calore della sensualità femminile che sfiora, accarezza, accenna al bacio, nel tentativo di un salvifico riportare alla vita e non di una banale seduzione.
L’imperatore che fondò il suo potere sulla guerra, e in cui Hegel riconobbe il tipico eroe “cosmico” tramite il quale lo Spirito si è incarnato nel divenire della Storia, rimane gelido e immobile.
Riprende così il peregrinare disinvolto di questa Clio dalle scarpe spaiate che incontra altri padri di totalitarismi, dittature e guerre, sempre più vicini a noi, e cerca comunque un contatto con loro attraverso lo sguardo, la bocca e le mani.
Contro la freddezza austera di Mussolini, Lenin, Hitler e Bush - la sottile perversione di ognuno sottolineata ancora una volta da un differente genere musicale - lo stridere del corpo femminile, accogliente ed esuberante, sancisce definitivamente il riconoscimento della loro mostruosità e disumanità.
Ma che storia è quella evocata dall’iperrealismo delle loro figure? Non è forse solo una sequenza penosa di ingiustizie, di crimini e di stermini?
Allora lo sputo finale - sonoro rifiuto che si ripete per non essere frainteso – è disgusto e disprezzo nei confronti di questi protagonisti della Storia che hanno portato nel mondo non la Ragione, bensì distruzione e morte.
Una donna che, al contrario, ama la vita e la difende, trova sempre i suoi modi per dire loro di no.

     
         

STEPPING STONES
SIX ANALOGS

Di Berty Skuber

A che cosa rivolgiamo il nostro sguardo quando ci mettiamo in viaggio? Su quali particolari si fissa la nostra attenzione e in che modo poi li rielaboriamo dentro di noi? Sappiamo che i viaggiatori meno distratti portano sempre con sé un taccuino dove annotare le impressioni e i pensieri che scaturiscono dall’incontro inaspettato con scorci, volti, paesaggi stranieri. Con la stessa accorta spontaneità, l’artista di questi video sembra aver redatto due differenti diari visivi in cui i dettagli del mondo esterno s’intrecciano a movimenti interiori, corrispondendo ad un’urgenza poietica ed emozionale del tutto soggettiva e irripetibile.
“Stepping stones” raccoglie immagini da una terra di conflitti, la prima è quella di tre donne in divisa militare - pesanti zaini sulle spalle e il fucile al braccio - mentre camminano lungo un reticolato di filo spinato e ridono fra loro. Il loro movimento è rallentato e ad un certo punto interrotto da una linea di confine, quella fra il Libano e Israele, quindi viene sostituito da trame di filo spinato e dall’angoscia delle successive foto di giornale: un bambino pronto a lanciare un sasso, un soldato che corre tra le fiamme, una folla di uomini disperati con le mani alzate. Dopo questa sequenza aspra, uno zampillo d’acqua sorgiva sommerge colonne e capitelli del passato che si alternano alle pietre di oggi. Vorremmo che l’acqua trascinasse via tutto, e invece le pietre vanno a comporre un muro compatto, dura metafora di separazione fra due culture, due religioni, due popoli, mostrati pochi secondi dopo nella loro quotidiana incomunicabilità. Alla fine non rimane che lo sforzo di un uomo nell’atto di tirare la corda del suo destino, ma sembra ripetersi a vuoto e perdersi ancora una volta sotto il peso di quel muro che segna un confine e genera guerra.
In “Six analogs” non troviamo questa stessa tensione politica, ma piuttosto una ricerca introspettiva che individua sei parole chiave, come nuclei magnetici di una mappa autobiografica, e immediatamente le associa a suggestioni visive e sonore raccolte lungo il cammino. Seguire le tracce e abbandonarsi all’armonia delle immagini diviene qui metodo e scoperta, perché ogni oggetto si presta ad essere selezionato e poi manipolato attraverso l’arte. Sui colori e sulle linee si proiettano interventi pittorici, le forme acquistano la profondità della scultura, la scrittura diviene corpo e i corpi si trasformano in segni. E’ una metamorfosi continua, attraverso la quale si è liberi di lasciarsi trasportare da casuali analogie, come in un gioco senza regole, senza schemi e senza vincitori.

MOSKAU – VLADIVOSTOK
Di Daniela Comani

Due movimenti, due direzioni perpendicolari, due dimensioni temporali che si intersecano e contemporaneamente scorrono, sviluppandosi in un’apparente monotonia.
Il primo - verticale - funziona come uno sfondo ipercinetico dove una massa di corpi fluisce senza distinzione dall’alto verso il basso. E’ la folla anonima che scende dalle scale mobili di una stazione della metropolitana di Mosca, e l’indifferenziata molteplicità di questi soggetti umani annulla ogni possibile istinto di avvicinamento.
Il secondo movimento - orizzontale - si inserisce come una finestra aperta su una dimensione psicologica contrapposta: la lentezza del piano sequenza corrisponde perfettamente al paesaggio scabro e deserto che si offre allo sguardo, e ne rende possibile la contemplazione. E’ il contatto visivo - e conseguentemente emotivo - che si può stabilire da un treno che percorre la Transiberiana, leggendaria linea ferroviaria (la più lunga del mondo) che collega Europa e Asia.
Ciò che più stupisce in questo video è l’effetto di disorientamento e fastidio che la convivenza dei due piani suscita: vorremmo goderci pienamente il silenzio, il vuoto, l’estensione degli orizzonti che l’insert centrale ci comunica e invece la cascata ininterrotta di persone senza forma interferisce e distrae, impedendo la concentrazione.
La dialettica tra spazio urbano e spazio naturale, tra il tempo dell’operosità quotidiana e quello della sospensione meditativa, appare qui evidentemente irrisolta e tuttavia ci invita ad una riflessione sulle modalità in cui irrompe nella nostra vita e ne determina le scelte. L’eventualità di prolungare le pause, di uscire dall’affollamento, di far riposare gli occhi e la mente, si approssima allora sempre di più e ci fa desiderare di invertire la nostra direzione, di salire anche noi su quel treno e di partire.

IN PASTO
Di Claudia Moretti

Nello spazio soffocante di un lavello da cucina si consuma il “pasto” cui simbolicamente allude il titolo di questo video: un processo in bianco e nero di disintegrazione e di ricostruzione dell’arte e della poesia.
Secondo la prospettiva contratta di questa minuscola stanza d’acciaio - le rigide quattro pareti che assistono alla routine del quotidiano - frammenti di scrittura si mescolano nella corrente dell’acqua combinandosi per casualità in modo sempre nuovo.
Sui pezzi di carta dagli orli frastagliati intuiamo le tracce di alfabeti reinventati, di grafie antiche e contemporanee, di grafemi liberi e improvvisati, cui corrispondono i suoni di lingue sconosciute e di inedite aggregazioni di senso.
Nell’acqua questi resti di frasi si sovrappongono e s’immergono, galleggiano e volteggiano, e infine rischiano di calare sul fondo come pesanti macerie di vissuti destinati ad un oblio senza forme.
Tuttavia un nuovo soggetto interviene nella narrazione per immagini: è la concava rigidità del cucchiaio - contrapposta alla flessibilità della carta - che si appresta a riaccogliere in unità i frammenti di parole, a rimetterli insieme e a ricomporli.
Nella morfologia sempre cangiante dei raggruppamenti di questi corpi apparentemente statici - che accumulano, rispecchiano, contengono e limitano i depositi della vita - si struttura quello che Ingeborg Bachmann, in una sua intervista, definì “il territorio linguistico” della poesia, in cui le parole risiedono indipendentemente dal loro significato e, al contrario, ricevono senso dall’insieme della composizione, dalla struttura dei versi, dal loro ritmo e dalla loro musicalità.
L’esito finale è dunque una ri-creazione continua del linguaggio, che allo stesso tempo si offre “in pasto” e si nutre, cercando di riflettere in modo autentico - e non funzionale - la vita e il mondo.

WOUNDED KNEE
Di Vittoria Gualco

Il titolo di questo video rimanda ad un luogo ben preciso, Wounded Knee Creek, dove il 28 dicembre del1890 i soldati del 7° reggimento di cavalleria degli Stati Uniti sterminarono più di trecento indiani - fra i quali donne e bambini – dopo averli raggruppati qualche giorno prima per deportarli nelle riserve. Circa quindici anni dopo la battaglia di Little Big Horn, in cui erano usciti vittoriosi i guerrieri di Tatanka Yotanka (Toro Seduto per i bianchi), gli uomini del generale Custer - instancabile persecutore dei pellerossa - vendicarono la sconfitta del loro capo nel modo più brutale e vile, segnando così il vero inizio della fine per le tribù dei nativi americani, dopo quasi mezzo secolo di deliberato etnocidio.
La canzone che si ascolta nel video porta lo stesso titolo e nell’esecuzione del coro di voci femminili la spiritualità di questo popolo, la sua fierezza e la sua profonda dignità, lascia in eredità il suo universale messaggio: “... e la mia anima, la mia anima, la mia anima è libera”.
In questa cornice di riferimenti scorrono le immagini riprese dall’artista con una videocamera appesa al collo. Seguiamo così tra l’erba, la terra e l’erica, il ritmo dei suoi passi scandito dalla musica; poche sono le variazioni che il soggetto ci offre: il cammino è regolare, il suolo è abbastanza uniforme e lo sguardo fisso verso il basso.
A questo proposito vengono alla mente alcuni versi di un canto cerimoniale dei Dineh (Indiani Navaho): ”la bellezza è davanti a me/io cammino con lei/la bellezza è sotto di me/io cammino con lei/la bellezza è sopra di me/io cammino con lei/la bellezza è tutt’intorno a me/io cammino con lei”.
Alla fine di questo percorso - generato da un’energia tutta interiore - lo sguardo improvvisamente si alza e incontra l’azzurro metallico del cielo e del mare. Così, nella selvaggia apertura di un paesaggio bretone, la libertà s’inspira insieme all’aria e dilata anche il corpo in attesa di dirigersi finalmente fuori.

DESTINAZIONE 43 N30-012 E56
Di Monica Mazzoleni

Per raggiungere le loro destinazioni, i viaggiatori più all’avanguardia si affidano oggi alla precisione del navigatore satellitare, strumento tecnologico impersonale ma interattivo, che spesso traccia itinerari inusuali e suggerisce tappe non previste.
L’utilizzo di questo avanzato congegno annulla tuttavia quella fase eccitante e creativa che anticipa ogni partenza, durante la quale la consultazione di libri, guide, riviste e cartine - insieme alle narrazioni di conoscenti che ci hanno preceduto - fanno pregustare il succedersi dei luoghi da scoprire, proprio nella relazione con le strade e con gli snodi che abbiamo scelto di attraversare.
In questo video la presenza del navigatore satellitare appare fin dall’apertura nella sua natura ambigua, intervenendo in un contesto visivo destabilizzante che sembra rovesciarne la funzione principale.
In qualità di guida virtuale contemporanea per persone che desiderano farsi condurre, esso non dirige e accompagna con efficienza il corpo del viaggiatore lungo il migliore dei tragitti possibili, ma piuttosto lo disorienta e lo confonde trascinandolo in una condizione di vertigine e di perdita d’equilibrio.
Unica possibilità d’ancoraggio sensoriale il ritmico crescendo sonoro che s’inserisce solo ad un certo punto dell’azione: l’incedere pesante, il suo rimbombo e le successive deflagrazioni, sembrano contraddire il sottosopra delle immagini per testimoniare invece che, grazie alla forza di gravità, il corpo mantiene il suo contatto con la terra.
L’ultimo fotogramma, in cui le coordinate della destinazione iniziale appaiono scritte sulla pelle, si espone a istantanea conferma della preminenza del corpo rispetto ad ogni suo possibile sostituto. Forse, nel prossimo viaggio, riacquisterà un po’ di fiducia nella sua autonoma capacità di movimento.

GOING UNDER: A PASSION PLAY
Di Susan Landau

Quest’opera costituisce la prima parte di una serie di video installazioni dal titolo “Fallen Soldiers and A Woman Laments: A Passion Play”, che intende ispirarsi ai drammi liturgici rappresentati nell’Italia e nella Germania medioevali per raccontare la storia della Passione di Cristo, in particolare dal punto di vista della Vergine Maria.
In “Going Under” l’acqua, nella sua simbologia religiosa, risulta essere il soggetto fondamentale della narrazione per immagini: oltre ai tradizionali significati di purificazione e rinascita attraverso lo Spirito, essa assume anche la funzione di elemento discriminante fra il femminile e il maschile.
Il video inizia con una donna incinta immersa in una vasca d’acqua: il suo corpo viene restituito a pezzi dalle tre aperture che si alternano sullo sfondo nero. Poi lo schermo si oscura completamente e infine lascia spazio a due inserzioni d’acqua buia, quasi tenebrosa, attraversata da una leggera increspatura.
Qui s’innesta la ripresa diretta di un rito greco ortodosso, una sorta di benedizione delle acque che tradizionalmente coinvolge adolescenti e giovani uomini pronti a tuffarsi in mare per recuperare una croce che vi è stata prima gettata.
Seguiamo la celebrazione popolare scandita dalla litania del pope, talvolta interrotta dalle voci e dai rumori della folla che assiste alla cerimonia, e ad un certo punto anche disturbata da fastidiosi clacson. I due occhi d’acqua scura sono sempre fissi ai lati e solo talvolta vengono sostituiti dai frammenti del corpo femminile disteso nella vasca.
Al termine, l’atteso tuffo da parte dei giovani disposti in fila sull’orlo del mare viene repentinamente oscurato nell’istante in cui se ne percepisce l’azione, e solo dopo qualche secondo verrà mostrato il tuffo completo di un uomo rimasto da solo sulla riva. Ma sarà l’immersione femminile a chiudere definitivamente il video, quasi a indicare nella sua staticità il senso autentico della sacralità di tutto l’evento.
L’intervento attivo del corpo maschile che s’inabissa nell’acqua per salvare se stesso e gli altri attraverso la Croce, viene giustapposto qui all’immobilità della contemplazione femminile, che già contiene dentro di sé il mistero dell’origine - di cui l’acqua è simbolo - e il principio perpetuo e universale della vita.